Le maestre sono ufficiali pensosi,
alle otto e venticinque ogni giorno;
radunano la piccola truppa
rumorosa per condurla
verso mete ed obiettivi precisi;
sono capi di un governo provvisorio
ministri senza portafoglio
di una nuova nazione
in crescita: istruzione e difesa,
interni e giustizia nelle loro mani,
e nelle attese di chi
si nutre di esempi
di parole di terra e suoni di cielo.
Salgono le scale lente le maestre
seguite dalla piccola colonna
traballante di zaini e grembiuli,
che presto scompare alla vista
di genitori e parenti. Pensano
salendo, le maestre, ai loro cari
alla pesante giornata che le aspetta.
Ma ogni pensiero si dissolve
appena giunte in aula
davanti alla truppa che chiede
vita, un muro, un sorriso speciale
ciascuno; incalzandole a volte
senza darlo a vedere
con urla e musi e pianti,
o reazioni violente.
Della missione compiuta
della truppa cresciuta e dispersa
degli ufficiali assegnati
ad altro incarico
presto ci si dimentica;
se non frugando, reduci adulti,
nel ricordo lontano
di giornate campali tra i banchi;
realizzando solo allora
le cose ricevute.
Maestre
Settembre 21, 2009 a 12:13 pm (poesia)
Filastrocca della pianta
Settembre 21, 2009 a 12:12 pm (poesia)
Ognuno che muore ci muore qualcosa
e non è risposta il fiorire di rosa
nemmeno sapere che sempre è partire
vita per vita l’amare è soffrire
e tutto confonde e nulla consola
eppure la pianta ci insegna lei sola
ama le foglie e le lascia andare
e nel cadere comincia il tornare.
* a Don Fabrizio Centofanti
L’età moderna
Settembre 16, 2009 a 4:45 pm (poesia)
di Maria Pia Quintavalla
Ed è sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Adriana.
rinata là mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta
accucciata a terra poi, Sono qui
Vengo a prenderti ristorati -
la tua casa e la mia sono nate
qui, stesso spazio, sogno lo stesso
sosteneva i suoi occhi prima di morire.
Le sue stanze combaciano là sopra
le altre native ma hanno sagome aperte
più spaziate all’ esterno, trapezi cerchi
verso i gradi della vita poi quadri,
rombi di luce che veleggiano
n e l l ’ a l t o.
Lo stupefare dei sangui
Settembre 5, 2009 a 6:17 pm (poesia)
Tu vendemmiavi sul mio corpo,
espropriavi le mie mani, come formiche dalla terra.
Tu assaggiavi grappoli che io non vedevo, e senza mai sonno.
Tu avevi occhi, che non guardavano,
il sole ti lavava la faccia, e a faticare:
io, all’ ombra.
Immigrata
Settembre 5, 2009 a 6:11 pm (poesia)
Novembre del ’63: a Londra da otto mesi.
Mi fermo giù al ponte per osservare i pellicani:
Galleggiano come cigni, inarcando il collo bianco
Su un fascio d’ali appena arruffate,
Seppellendo il becco goffo dentro l’acqua del lago.
Stringo pugni infreddoliti nella giacca presa da Mark and Spencer
E di nascosto, ancora una volta, metto alla prova il mio accento:
St James’s Park; St James’s Park; St James’s Park.
Ripostigli
Agosto 31, 2009 a 12:20 pm (poesia)
Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota -
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala.
Quella sì è una casa
(così sostiene mia madre):
una casa adatta a conservare.
Per dormire, a che serve la luce?
Filastrocca dei giorni
Agosto 30, 2009 a 5:19 pm (poesia)
di Nadia Agustoni
I giorni allegri sono in festa
e per casa hanno il cielo
ogni giorno non per dire
han qualcosa da gioire.
Chi ha avuto forse intero
un giorno triste o solo nero
pensa invece da scontento:
“tutto è storto e molto incerto”.
I giorni tristi sono uccelli
in un disegno ad acquarelli
hanno ali nere e uguali
come al fondo sono i mari.
Chi è perduto in giorni nuovi
troverà un alberello
e dai rami intonerà
fiori, foglie o un chissà.
E di giorni giovincelli
i bambini ci diranno
se è pesce dell’ aprile
il loro dare e non dire.
* Dal Libro delle filastrocche
I bambini
Agosto 26, 2009 a 7:31 am (poesia)
Già da tempo c’è stata la Resurrezione
e già da tempo, subito dopo, ci fu il giudizio!
Ma mentre tu di nuovo
il riscatto cercavi nella malinconia
e la libertà hai trovato nella pazzia -
i bambini non hanno smesso di giocare e non hanno chiesto
se era per la prima volta o qualcosa di diverso…
Vladimìr Holan
69
Agosto 26, 2009 a 7:29 am (poesia)
la noia del mare sullo sfondo
ingoia il gomitolo dell’aria
le risse che frantumano gli stagni.
nella tua mano s’ingaggia il primo amore
con il paltò triste degli attori
che riposano dopo le riprese.
amor sconfisse l’argine divieto
e dietro il vento che uccide ben comunque
si mise il torto che i nidi abbatte.
permesso di ventura avrò dall’angelo
che mi sonnecchia accanto.
con le muse sotto la tavolozza
vaga senza fiato la libertà dell’ozio.
intorno alla deriva del martìre
s’inventi la bella faccia di far sogno
questo veleno che legifera la sfera.
Corpo esposto
Agosto 21, 2009 a 8:24 pm (libri, poesia)
Rabbia, furore e musica. Marco Rovelli, Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004
Il primo libro di poesie di Marco Rovelli (Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004) è un libro furibondo, un libro che non concede requie ai suoi lettori e che non gli dà tregua né consolazione. Un esempio di questa sua scrittura che si trasfonde da furore a cenere è in questo suo:
“Trittico del tempo III. Non recedo (è necessario) dall’attesa / che scava le ossa e le sostiene / e mi tiene: sospeso come il sole / nel solstizio, in un supplizio / che precipita il mio sguardo / nell’abbaglio del mancarci / nel contagio” (il libro di Rovelli, per scelta e per disdegno, non ha pagine numerate).
Un libro fatto di furore, di rabbia e di tenerezza (come sempre accade, da Rimbaud in poi, in questi casi). Rovelli è poeta del corpo e dei corpi (anche se non rinuncia alle connotazioni colte nella sua scrittura e si avvale di un sostegno teorico filosoficamente rilevante per enunciare le sue tesi – come si vedrà). Non solo poeta del corpo ma anche della rivolta, del rifiuto spasmodico della riconciliazione con il mondo, profeta di un oltre (uomo, mondo) possibile e radicale che non si darà oggi come non si è dato ieri se non per accenni, presentimenti, prefigurazioni, ammiccamenti, allucinazioni, epifanie:
“Reclamo la mia inappartenenza. / il barbaro richiamo senza terra / l’accoglienza al vento che devasta / e libera presenza / l’occhio rivoltato al poi / il corpo abbandonato al suo deserto. / Reclamo l’odio senza oggetto / l’amore che ne stilla senza colpa / il furore che abita il silenzio. / Reclamo la parola / la sua notte. / La mia riconoscenza”