L’altro

Amore non è quello di uomini nella carne incatenati
che di comprata, amara, sognano carezza,
o di una tenera vergine dolcezza,
che amano essi solo se riamati.
Poichè così non altri che te stesso ami,
o ciò che i tuoi pensieri
ritengano gloria possedere,
e il nulla, che dovresti amare meno, ami:
se anche d’ora innanzi
precluso fosse alla tua conoscenza.

Null’altro ama che il Tutto senza forma eterno
della cui luce inosservato un raggio
batte su questo prisma di creta in dissolvenza
fino a rifrangere i colori del tuo animo guizzando.

Questi, lampi e soffio sono;
permanere non li lascerai perchè rifulgeranno
con sapienza non appena svaniranno.

Maestre

Le maestre sono ufficiali pensosi,
alle otto e venticinque ogni giorno;
radunano la piccola truppa
rumorosa per condurla
verso mete ed obiettivi precisi;
sono capi di un governo provvisorio
ministri senza portafoglio
di una nuova nazione
in crescita: istruzione e difesa,
interni e giustizia nelle loro mani,
e nelle attese di chi
si nutre di esempi
di parole di terra e suoni di cielo.
Salgono le scale lente le maestre
seguite dalla piccola colonna
traballante di zaini e grembiuli,
che presto scompare alla vista
di genitori e parenti. Pensano
salendo, le maestre, ai loro cari
alla pesante giornata che le aspetta.
Ma ogni pensiero si dissolve
appena giunte in aula
davanti alla truppa che chiede
vita, un muro, un sorriso speciale
ciascuno; incalzandole a volte
senza darlo a vedere
con urla e musi e pianti,
o reazioni violente.
Della missione compiuta
della truppa cresciuta e dispersa
degli ufficiali assegnati
ad altro incarico
presto ci si dimentica;
se non frugando, reduci adulti,
nel ricordo lontano
di giornate campali tra i banchi;
realizzando solo allora
le cose ricevute.

Giovanni Nuscis

Filastrocca della pianta

di Nadia Agustoni

 

Ognuno che muore ci muore qualcosa

e non è risposta il fiorire di rosa

 

nemmeno sapere che sempre è partire

vita per vita l’amare è soffrire

 

 

e tutto confonde e nulla consola

eppure la pianta ci insegna lei sola

 

ama le foglie e le lascia andare

e nel cadere comincia il tornare.

 

* a Don Fabrizio Centofanti

L’età moderna

di Maria Pia Quintavalla

Ed è sorella rinata dalle ceneri,

bisogna che io parli di Adriana.

rinata là mi aspetta

nella casa dove ha vissuto il padre,

ha taciuto di lui mi ha accolta

accucciata a terra poi, Sono qui

Vengo a prenderti ristorati -

la tua casa e la mia sono nate

qui, stesso spazio, sogno lo stesso

sosteneva i suoi occhi prima di morire.

 

Le sue stanze combaciano là sopra

le altre native ma hanno sagome aperte

più spaziate all’ esterno, trapezi cerchi

verso i gradi della vita poi quadri,

rombi di luce che veleggiano

n e l l ’ a l t o.

Lo stupefare dei sangui

Tu vendemmiavi sul mio corpo,
espropriavi le mie mani, come formiche dalla terra.
Tu assaggiavi grappoli che io non vedevo, e senza mai sonno.
Tu avevi occhi, che non guardavano,
il sole ti lavava la faccia, e a faticare:
io, all’ ombra.

Immigrata

Novembre del ’63: a Londra da otto mesi.

Mi fermo giù al ponte per osservare i pellicani:

Galleggiano come cigni, inarcando il collo bianco

Su un fascio d’ali appena arruffate,

Seppellendo il becco goffo dentro l’acqua del lago.

Stringo pugni infreddoliti nella giacca presa da Mark and Spencer

E di nascosto, ancora una volta, metto alla prova il mio accento:

St James’s Park; St James’s Park; St James’s Park.

Fleur Adcock

Ripostigli

Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota -
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala.
Quella sì è una casa
(così sostiene mia madre):
una casa adatta a conservare.
Per dormire, a che serve la luce?

Filastrocca dei giorni

di Nadia Agustoni

 

I giorni allegri sono in festa

e per casa hanno il cielo

ogni giorno non per dire

han qualcosa da gioire.

 

Chi ha avuto forse intero

un giorno triste o solo nero

pensa invece da scontento:

“tutto è storto e molto incerto”.

 

I giorni tristi sono uccelli

in un disegno ad acquarelli

hanno ali nere e uguali

come al fondo sono i mari.

 

 

Chi è perduto in giorni nuovi

troverà un alberello

e dai rami intonerà

fiori, foglie o un chissà.

 

E di giorni giovincelli

i bambini ci diranno

se è pesce dell’ aprile

il loro dare e non dire.

 

* Dal Libro delle filastrocche

I bambini

Già da tempo c’è stata la Resurrezione
e già da tempo, subito dopo, ci fu il giudizio!
Ma mentre tu di nuovo
il riscatto cercavi nella malinconia
e la libertà hai trovato nella pazzia -
i bambini non hanno smesso di giocare e non hanno chiesto
se era per la prima volta o qualcosa di diverso

Vladimìr Holan

69

la noia del mare sullo sfondo

ingoia il gomitolo dell’aria

le risse che frantumano gli stagni.

nella tua mano s’ingaggia il primo amore

con il paltò triste degli attori

che riposano dopo le riprese.

amor sconfisse l’argine divieto

e dietro il vento che uccide ben comunque

si mise il torto che i nidi abbatte.

permesso di ventura avrò dall’angelo

che mi sonnecchia accanto.

con le muse sotto la tavolozza

vaga senza fiato la libertà dell’ozio.

intorno alla deriva del martìre

s’inventi la bella faccia di far sogno

questo veleno che legifera la sfera.

Marina Pizzi

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