Rabbia, furore e musica. Marco Rovelli, Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004
Il primo libro di poesie di Marco Rovelli (Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni, 2004) è un libro furibondo, un libro che non concede requie ai suoi lettori e che non gli dà tregua né consolazione. Un esempio di questa sua scrittura che si trasfonde da furore a cenere è in questo suo:
“Trittico del tempo III. Non recedo (è necessario) dall’attesa / che scava le ossa e le sostiene / e mi tiene: sospeso come il sole / nel solstizio, in un supplizio / che precipita il mio sguardo / nell’abbaglio del mancarci / nel contagio” (il libro di Rovelli, per scelta e per disdegno, non ha pagine numerate).
Un libro fatto di furore, di rabbia e di tenerezza (come sempre accade, da Rimbaud in poi, in questi casi). Rovelli è poeta del corpo e dei corpi (anche se non rinuncia alle connotazioni colte nella sua scrittura e si avvale di un sostegno teorico filosoficamente rilevante per enunciare le sue tesi – come si vedrà). Non solo poeta del corpo ma anche della rivolta, del rifiuto spasmodico della riconciliazione con il mondo, profeta di un oltre (uomo, mondo) possibile e radicale che non si darà oggi come non si è dato ieri se non per accenni, presentimenti, prefigurazioni, ammiccamenti, allucinazioni, epifanie:
“Reclamo la mia inappartenenza. / il barbaro richiamo senza terra / l’accoglienza al vento che devasta / e libera presenza / l’occhio rivoltato al poi / il corpo abbandonato al suo deserto. / Reclamo l’odio senza oggetto / l’amore che ne stilla senza colpa / il furore che abita il silenzio. / Reclamo la parola / la sua notte. / La mia riconoscenza”