Omaggio a Renzo Rosso

Addio a Renzo Rosso, grande scrittore italiano del Novecento
di MASSIMILIANO FELLI

Renzo Rosso, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, è scomparso il 21 ottobre 2009, a Tivoli, ormai isolato, come in parte aveva voluto egli stesso, e come, dal canto suo, volle l’establishment della cultura italiana, che da tempo lo trascurava colpevolmente. Se n’è andato, a 83 anni, forse con il rammarico di non poter seguire la messa in onda – già programmata per il 25 ottobre, alle 20.30, su Radio3 – del suo gioiello, l’opera lirica L’imbalsamatore, musica di Giorgio Battistelli e libretto di Renzo Rosso, che aveva già mietuto successi in mezza Europa prima che qualcuno in Italia se ne accorgesse. Così confidava Rosso, con una punta di amarezza e una buona dose di disincanto, a chi faceva parte della piccola cerchia dei suoi collaboratori.
Parlando ancora una volta di Renzo Rosso, purtroppo nella più triste delle occasioni, non si può non affrontare l’eterno problema del canone: come narratore fu sodale dei più grandi (Calvino, Moravia, la Morante) e pubblicato per decenni ai più alti livelli (Einaudi, Garzanti, Feltrinelli, Mondadori); come drammaturgo fu artefice di alcuni dei più innovativi spettacoli nell’ambito, così poco attento ai testi contemporanei, del teatro “di parola” italiano del secondo Novecento;

Un’amalgama

Prendere ombra

Quest’espressione non deve trarre in inganno in questo periodo di calura estiva in cui tutti cercano, appunto, di… “prendere ombra”. La locuzione non ha nulla che fare con il… sole e, quindi, con il caldo torrido di questi giorni. Che cosa sta a significare, allora? Gli amanti dei cavalli dovrebbero saperlo in quanto l’espressione è tratta dalla “vita equina”. Il modo di dire significa, dunque, “offendersi”, “impermalirsi”, “risentirsi”. E i cavalli? È presto detto. Originariamente la locuzione era riferita ai cavalli quando si innervosiscono o si imbizzarriscono perché spaventati da un’… ombra. Con il trascorrere del tempo il modo di dire – poco adoperato, per la verità – è stato trasportato nel “campo umano” con il significato, per l’appunto, di “persona permalosa”: con Pietro non si può ragionare, prende sempre ombra. I termini “ombroso” e “adombrarsi” non si riallacciano, infatti, a quella particolare paura dei cavalli?

Billie Holiday

di Sergio Pasquandrea

Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.

Insomma, mi sono scocciato di vederla ridotta a una Madonnina dei Sette Dolori.
Fu una donna sfortunata, ma era anche, e soprattutto, una grandissima artista. Qualcuno dirà che era una grande artista a causa di quella vita; io comincio a pensare che lo sia stata nonostante.
E allora provate ad ascoltarla da giovane: qui siamo nel gennaio 1937, Billie non ha ancora compiuto ventitré anni ed è una stella in ascesa nel firmamento del jazz (aveva esordito quattro anni prima). La sua voce è piena, brillante; non ci sono ancora segni del deterioramento che sarebbe cominciato di lì a qualche anno, con l’abuso di alcool e droghe.
Insomma, è una Billie diversa, meno drammatica forse, ma non meno intensa. Più pura, direi. Ultimamente, è questa la Billie che mi piace di più.
E poi, al suo fianco c’è un gruppo di giganti (Buck Clayton alla tromba, Benny Goodman al clarinetto, Teddy Wilson al pianoforte, Freddy Green alla chitarra, Walter Page al contrabbasso, Jo Jones alla batteria).
E soprattutto c’è Lester Young; anzi, è in assoluto la loro prima registrazione insieme.
Insomma, che volete di più?

Zooties

di Mauro Baldrati

1943, nel film Stormy Weather il cantante jazz e direttore d’orchestra Cabell “Cab” Calloway appare in tutto il suo splendore: in un completo bianco immacolato, camicia bianca, cravatta bianca, giacca bianca che arriva al ginocchio, grossa catena d’oro che pende fino quasi al pavimento.
E’ la consacrazione del Zoot style, abiti sgargianti super extra large, che caratterizzerà in parte oltre un decennio di musica jazz, e dello stile di molti dei suoi interpeti.
Era una moda autoprodotta, inventata e individualista, totalmente ignorata dalla moda ufficiale, da sempre attestata su modelli snob di lusso europeo.
Gli zooties con loro uso esagerato di stoffa sferravano un pugno nell’occhio al razionamento dei tessuti che il governo americano mise in atto durante la Seconda guerra mondiale. Si presentavano orgogliosi, sfacciati, e sembravano gridare al mondo: “siamo qua! E ce l’abbiamo fatta!”
Una preziosa testimonianza zootie è nell’ autobiografia di Malcom X, dove Malcom racconta il suo periodo giovanile sbandato, agli inizi degli anni ’40, quando acquistò, eccitatissimo, il suo primo abito zoot: giacca enorme svasata fino sotto le ginocchia, cappello con piuma, e catena d’oro lunghissima, come Cab Calloway.
Fu proprio lo stile zoot a provocare le prime scintille di rivolte razziali. Gli ispanoamericani, i Pachucos vestiti zoot, erano spesso coinvolti in risse con bande di marines o poliziotti, come in una scena del film LA Confidenzial. Al ritmo della musica jazz dell’epoca, gli scontri si allargarono rapidamente verso est, a Detroit, New York, Philadelphia, e furono i primi moti a carattere strettamente razziale.

20.000 euro

Chissà se a ques’ora hanno già fatto il pieno dei posti disponibili. Sessanta, da selezionare entro il 28 settembre, dicevano sul Sole 24 Ore, in un articolo comparso a fine luglio scorso, nell’inserto dedicato alla “Formazione”.
“E’ venuto il momento di fare una scelta e di scrivere una storia. La tua.” Questo lo slogan del nuovo master biennale della Luiss, ovvero la Writng School della Luiss, o LWS.
Un messaggio accattivante, scrive l’articolista del Sole, Massimiliano Del Barba, come “non può che essere accattivante la prospettiva di diventare scrittori di successo alla Dan Brown”.
Questo lo dichiara l’articolista, naturalmente, mentre Roberto Cotroneo, direttore della novella LWS, spiega la peculiarità del format, non solo insegnamento a scrivere “ma fornire i partecipanti di tutti quegli strumenti pratici e teorici che possono essere utili per inserirsi anche nel mondo del cinema, della televisione, dell’editoria….e questo perchè oggi i mestieri della creatività sono sempre meno legati a un’idea romantica dello scrivere e dell’immaginare e molto più vicini a un’idea più moderna della creatività, a un’idea concreta, artigianale, eppure profondamente stimolante”.

La contentezza

Non si finirà mai di meravigliarsi del dono di saggezza e di spirito contenuti nell’avventura umana di Jiddu Krishnamurti, una delle più grandi anime che hanno attraversato il Novecento.

Il pensiero di Krishnamurti è sempre una risorsa, specialmente in questi tempi di grande confusione, di spaesamento totale, di perdita di riferimenti. Krishnamurti insisteva molto su questo, nei suoi scritti, nei celebri incontri con le moltitudini che venivano a trovarlo, nelle sue scuole, in Svizzera, in Inghilterra, a Brockwood Park, a Ojai, in California.

Ecco che cosa disse una volta:

” La contentezza non è mai il risultato della soddisfazione, del conseguimento, o del possesso delle cose.
Il movimento creativo del reale, è spiegherà più avanti il Maestro, nient’altro che l’amore. La compassione. Nulla di più lontano dal significato banale che attribuiamo solitamente a questi due termini.

La contentezza giunge con la pienezza di “ciò che è”, non nel mutamento di questo. Ciò che è pieno,non ha bisogno di mutamento, di cambiamento.

E’ l’incompleto che in cerca di farsi completo che prova l’agitazione della scontentezza e del cambiamento.

Omaggio a Leonida Repaci

Una mostra e un convegno con gli interventi di

Enzo Romeo e Ottavio Rossani

Geografia dell’anima. La Calabria di Leonida Rèpaci è la mostra costituita da 60 pannelli di grande formato e dedicata al grande scrittore calabrese e fondatore del OPremio Viareggio, che è stata inaugurata il 21 agosto nei locali di Villa Paolina a Viareggio (Lucca), e che si chiuderà il 30 agosto prossimo.

Sempre a Villa Paolina il 26 agosto, alle ore 21.30, si svolgerà il convegno Omaggio a Leonida Rèpaci con gli interventi di Enzo Romeo (TG2 RAI)e di Ottavio Rossani (Corriere della Sera). L’attore Salvatore Puntillo leggerà alcuni brani particolarmente significativi dello scrittore, Con un sottofondo musicale (dal vivo). Infine, la proiezione dello storico documentario RAI del 1973, girato ne La Pietrosa di Palmi, la villa a strapiombo sul Tirreno, amatissima dallo scrittore e della moglie Albertina, filmato nel quale Rèpaci racconta e si racconta. Il documentario è firmato da Stefano Vecchione ed Attilio Zagari; nel Catalogo della Mostra l’introduzione è di Maria Brancato.

L’atlente di Calvino

di Franco Marcoaldi

Per quanto favolosi, Bengodi e il Paese di Cuccagna non appagano pienamente lenostre fantasie sui luoghi immaginari. Ci serve qualcosa di più elettrico, nervoso. E quel qualcosa, forse, si può trovare in città. Per questo abbiamo ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino: il libro in cui, a suo stesso giudizio, ha «detto più cose»; in cui sono confluiti tutti i ragionamenti, le osservazioni e le ansie riguardo alla sua idea di letteratura. Perché la città, suggerisce nelle «Lezioni americane», è il simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale e geometrico della realtà e il caos pulviscolare che la sottende. Per dare conto di questo doppio movimento, Calvino disegna un atlante metropolitano fantastico e noi lo seguiamo stupefatti. Perché tutti quei luoghi, frutto dell’ immaginazione, raccontano al contempo la nostra realtà quotidiana: raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E’ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere. E proprio la metropoli è il contrassegno più puntuale di questa fatica, un caleidoscopio continuamente cangiante e inafferrabile in cui si assommano e si elidono i segni più controversi, indecifrabili.

Complemento di fine

“Gli sposi entrarono in camera da letto”

Non ci sembra che l’esempio riportato contenga una frase con il complemento di fine (o scopo). Se siamo in errore siamo pronti a scusarci, attendendo chiarimenti in merito dai responsabili della sezione linguistica del sito.

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Avete mai sentito dire piovere a ritrecine, vale a dire a dirotto? L’espressione fa riferimento alle “ritrecine”, cioè alle pale curve dei vecchi mulini a vento. I blogghisti toscani conosceranno benissimo, invece, la locuzione “mandare o andare a ritrecine”, ovverosia andare a rotoli, in rovina. Quanto all’etimologia, cioè all’origine del termine in questione, non siamo in grado di fornire una spiegazione perché di provenienza oscura, anche se taluni ritengono sia da accostare al francese “retrousser” (alzare, ripiegare), composto con il prefisso “re-” (indietro) e “trousser” (piegare), quindi “volgere indietro”. Le pale del mulino, con il loro movimento, non fanno tornare l’acqua indietro?

Titubare

Il dubbio mi attanaglia e io…titubo

Innanzitutto mi complimento per la formula fresca ed intelligente con la quale si propone di sciogliere i nostri dubbi lessicali e, proprio a questo proposito, mi rivolgo a Lei per dissiparne uno che mi sta attanagliando da che è cominciata la nuova pubblicità del gestore telefonico 3. Le spiacerebbe confermarmi se le prime tre persone singolari del tempo presente del verbo titubàre sono accentate sulla prima sillaba (tìtubo) o, come ritengo più corretto visto che nel passaggio dall’infinito all’indicativo perde una sillaba, l’accento venga spostato verso la penultima e quindi si dica titùbo?

La ringrazio anticipatamente

Sergio

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