Novembre 27, 2009 a 11:58 pm (riflessioni)
Testo di Gianluca Bonazzi
Relativo al Convegno “Città sostenibile: impresa comune” – Settimana UNESCO per l’educazione allo sviluppo sostenibile: 9-15 novembre 2009 – Museo Cervi – Gattatico (RE)
La generale crisi economica illumina una volta di più quello che io ritengo essere una vera emergenza, la più importante, ad essa collegata: il destino del paesaggio italiano.
L’ amore che io porto per la luce della Bellezza, che mi ha aiutato a crescere, ben rappresentata dall’ espressione che una volta si diceva, ITALIA: GIARDINO D’ EUROPA, insieme a tutto ciò che ruota attorno alla parola PAESAGGIO, che indago confrontandomi con luoghi, persone e arti, mi ha stimolato una riflessione accorata.
Sia a livello locale che nazionale, il paesaggio italiano è nelle mani di una massa di personaggini trasversali che, travestiti da politici ma non solo, agiscono con la missione di seminare bruttezza, spesso anche con la complice incoscienza del popolo votante.
La società italiana oggi si muove guidata dalla televisione che rassicura e rilancia per servire suddetta missione, in modo arrogante, continuo e subdolo.
E’ il braccio di un potere che, da quando è terminata la seconda guerra mondiale, in Italia non è mai stato così lontano dal concetto di democrazia.
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Novembre 27, 2009 a 11:56 pm (prosa)
U. L. V. era, suo malgrado, un poeta. In realtà avrebbe voluto fare l’astronauta, da bambino, o forse lo sfasciacarrozze. Gli piacevano i cimiteri delle auto, quando era piccolo. Poi invece aveva finito per diventare un perito informatico, ma questa è un’altra storia. O forse no, in ogni caso comunque per noi non è importante. Probabilmente non è importante nemmeno per U. L. V.
A lui, da piccolo, la poesia non interessava granché. Si trattava soltanto di parole che gli facevano imparare a memoria a scuola, quando lui preferiva passare il tempo a odorare le matite colorate. Crescendo, cominciò invece a percepire questa cosa della poesia. Sulle prime non ci fece caso, pensando che magari fosse dovuta alla pubertà. Dopo un po’ però iniziò a preoccuparsi. Si trovava all’incirca all’inizio del ginnasio quando si rese conto, non senza un certo spavento, che la poesia lo visitava tutte le notti, mentre dormiva. In sogno, gli regalava splendidi versi che lui puntualmente dimenticava, al risveglio. Anzi, un po’ era anche contento di dimenticarseli. In fondo, che avrebbero detto i suoi amici se avesse confessato loro di sognare, in piena adolescenza, liriche e metriche? Liriche e metriche di cui peraltro sapeva ben poco, studente scarso qual era, e nulla di più voleva imparare, sull’argomento. “Lacune? Più che altro direi proprio lagune”, fu la fiera battuta che pronunciò prima di entrare a sostenere l’orale di italiano alla maturità, battuta che lo rese famoso in tutta la scuola.
Durante l’università però le cose iniziarono a cambiare. U. L. V. prese ad apprezzare certi aspetti della poesia, e pure a prestare attenzione alla musa che lo visitava, insistente, nel sonno. Un suo biografo sostiene che, a voler essere sinceri, tutto sia partito dalla frequentazione di una ragazza dagli occhi verdi, lei sì appassionata di parole e versi. È una questione difficile da dirimere così, in poche righe, certo ci basti ricordare come alcune fra le più grandi invenzioni dell’umanità siano nate in maniera molto più casuale, e per ragioni infinitamente meno fascinose di un paio di occhi verdi.
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Novembre 21, 2009 a 2:26 pm (prosa)
«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».
Alla quattrocentocinquatatreesima volta che mi sprona a diventar kerkoportiforme gli comunico che, per contrappasso dantesco, sarà concluso in una belìn di kerkoporta per l’eternità… E nel delirare e demandare all’Alighieri i tormenti di chi ci/mi cianura/cianurò la vita in vita, nasce la Metalli Commedia. E l’amico della kerkoporta offre occhio e orecchio all’opera. E presta mano: per contenere le cascate chiare [ché lui computa accenti e corregge e contiene i *cazzi* che Dama usa/abusa come virgola], per assegnare assilli all’arco dell’alloro che – no! Non è peccato mortale sostituire Virgilio con Alice Cooper! E se – sì: è peccato mortale, m’ho da confessare…
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Novembre 21, 2009 a 2:24 pm (poesia)
Amore non è quello di uomini nella carne incatenati
che di comprata, amara, sognano carezza,
o di una tenera vergine dolcezza,
che amano essi solo se riamati.
Poichè così non altri che te stesso ami,
o ciò che i tuoi pensieri
ritengano gloria possedere,
e il nulla, che dovresti amare meno, ami:
se anche d’ora innanzi
precluso fosse alla tua conoscenza.
Null’altro ama che il Tutto senza forma eterno
della cui luce inosservato un raggio
batte su questo prisma di creta in dissolvenza
fino a rifrangere i colori del tuo animo guizzando.
Questi, lampi e soffio sono;
permanere non li lascerai perchè rifulgeranno
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Novembre 10, 2009 a 7:12 pm (riflessioni)
La città sta diventando intollerabile, un magma di varia umanità senza arte né parte, alieni che non sanno cosa sia una busta paga o un sette e quaranta. L’ombra dilaga, il rovescio sta prendendo il sopravvento, un incubo ricorre nella notte: due occhi che mi fissano, immobili, come se aspettassero qualcosa, ansiosi di vedere al di là della finestra, decisi a restare finché il vetro è ancora sporco.
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Novembre 10, 2009 a 7:10 pm (recensioni)
di Giuseppe Panella
«Sublime. Termine designante un tipo di esperienza estetica – fatta oggetto di ampia discussione – che è distinta da quella di bello. Nell’estetica contemporanea ogni riferimento al sublime è da tempo caduto in disuso. Già Benedetto Croce negava a questo concetto una genuina valenza estetica, ravvisando in esso un esclusivo riferimento morale; ma neppure in questa sede la filosofia del nostro secolo ha ritenuto opportuno riservare al sublime sviluppi concettuali nuovi o fecondi»
(Enciclopedia Garzanti di Filosofia)
«Rifrazione. Deviazione dei raggi luminosi, rispetto alla direzione originaria, che si verifica sulla superficie di separazione di due mezzi otticamente diversi quando i raggi passano dal primo al secondo mezzo» (Enciclopedia Europea Garzanti)
1. Sul crinale dell’ombra: considerazioni inattuali
L’esercizio della ricerca può insegnarci a evitare equivoci, non a fare scoperte fondamentali. Ci rivela le nostre impossibilità, i nostri limiti severi. Questa mia possibile ricostruzione teorica con variazioni sul tema del sublime può essere attribuita ad un genere: la storia concettuale di figure (o momenti) dell’esperienza estetica e letteraria. Si tratta di un tentativo che ha bisogno di un terreno assai fertile di coltura per avere qualche possibilità di successo dato che l’espressione prima utilizzata può essere considerata quasi un ossimoro: il concetto si forma attraverso astrazioni, la letteratura (la poesia, soprattutto) mediante le sue immagini, i suoi sogni, i suoi miti fondativi.
La ricerca prova a convogliare e a far confluire, in un unico alveo, diversi e maestosi fiumi. Il maestro di questo genere filosofico-letterario è stato, in anni ancora non troppo lontani, Eugenio Garin. In quello saggistico, non temo di fare i nomi di Jorge Luis Borges, Paul Valéry e Miguel de Unamuno. Modelli forse irraggiungibili, naturalmente, ma pur sempre modelli di un tentativo di portare i concetti e la vita fino a un limite estremo di tensione. Le pagine che seguiranno tentano di percorrere una via intermedia che non è ancora la “via regia” della filosofia ma non vuole neppure rivolgersi soltanto al puro sensazionalismo della scrittura, al vuoto ricercare a vuoto l’effetto della parola bella perché vuota di senso e non riempibile se non di effimere alchimie verbali…
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