Gira voce che siano stati proibiti alcuni canti nelle celebrazioni liturgiche: Dolce sentire, Osanna eh, Alleluja la nostra festa, Camminerò, Symbolum 77, Acqua siamo noi. Spero sia una voce falsa e tendenziosa. Non solo perché sono canti a cui è legata la mia esperienza di fede, intrisi di memorie che non esito a definire sacre per lo spessore delle relazioni umane e divine che richiamano, ma perché sarebbe indizio preoccupante di un giro di vite che non promette nulla di buono. Da tempo penso che la chiesa necessiti di un rinnovamento: il mondo, il linguaggio, la storia, stanno cambiando in modo irreversibile
Un’amalgama
Settembre 25, 2009 a 5:48 pm (altro)
Prendere ombra
Quest’espressione non deve trarre in inganno in questo periodo di calura estiva in cui tutti cercano, appunto, di… “prendere ombra”. La locuzione non ha nulla che fare con il… sole e, quindi, con il caldo torrido di questi giorni. Che cosa sta a significare, allora? Gli amanti dei cavalli dovrebbero saperlo in quanto l’espressione è tratta dalla “vita equina”. Il modo di dire significa, dunque, “offendersi”, “impermalirsi”, “risentirsi”. E i cavalli? È presto detto. Originariamente la locuzione era riferita ai cavalli quando si innervosiscono o si imbizzarriscono perché spaventati da un’… ombra. Con il trascorrere del tempo il modo di dire – poco adoperato, per la verità – è stato trasportato nel “campo umano” con il significato, per l’appunto, di “persona permalosa”: con Pietro non si può ragionare, prende sempre ombra. I termini “ombroso” e “adombrarsi” non si riallacciano, infatti, a quella particolare paura dei cavalli?
Maestre
Settembre 21, 2009 a 12:13 pm (poesia)
Le maestre sono ufficiali pensosi,
alle otto e venticinque ogni giorno;
radunano la piccola truppa
rumorosa per condurla
verso mete ed obiettivi precisi;
sono capi di un governo provvisorio
ministri senza portafoglio
di una nuova nazione
in crescita: istruzione e difesa,
interni e giustizia nelle loro mani,
e nelle attese di chi
si nutre di esempi
di parole di terra e suoni di cielo.
Salgono le scale lente le maestre
seguite dalla piccola colonna
traballante di zaini e grembiuli,
che presto scompare alla vista
di genitori e parenti. Pensano
salendo, le maestre, ai loro cari
alla pesante giornata che le aspetta.
Ma ogni pensiero si dissolve
appena giunte in aula
davanti alla truppa che chiede
vita, un muro, un sorriso speciale
ciascuno; incalzandole a volte
senza darlo a vedere
con urla e musi e pianti,
o reazioni violente.
Della missione compiuta
della truppa cresciuta e dispersa
degli ufficiali assegnati
ad altro incarico
presto ci si dimentica;
se non frugando, reduci adulti,
nel ricordo lontano
di giornate campali tra i banchi;
realizzando solo allora
le cose ricevute.
Filastrocca della pianta
Settembre 21, 2009 a 12:12 pm (poesia)
Ognuno che muore ci muore qualcosa
e non è risposta il fiorire di rosa
nemmeno sapere che sempre è partire
vita per vita l’amare è soffrire
e tutto confonde e nulla consola
eppure la pianta ci insegna lei sola
ama le foglie e le lascia andare
e nel cadere comincia il tornare.
* a Don Fabrizio Centofanti
Il programma
Settembre 16, 2009 a 4:46 pm (prosa)
Mi chiedo se non dovremmo favorire la fiducia nel miracolo, la certezza che se decido di dare mi troverò qualcosa tra le mani, il vino invece dell’acqua, i pani e i pesci per i cinquemila al posto della misera merenda del ragazzo di Tabga. Credo che il programma dovrebbe contemplare l’imprevisto della generosità, lo strappo nell’ordine prestabilito, l’entusiasmo per l’altro. Altrimenti l’eucaristia e la carità restano parole perse nel depliant dell’abitudine, nel menu ripetitivo di un collegio irrigidito nel suo cerimoniale.
L’età moderna
Settembre 16, 2009 a 4:45 pm (poesia)
di Maria Pia Quintavalla
Ed è sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Adriana.
rinata là mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta
accucciata a terra poi, Sono qui
Vengo a prenderti ristorati -
la tua casa e la mia sono nate
qui, stesso spazio, sogno lo stesso
sosteneva i suoi occhi prima di morire.
Le sue stanze combaciano là sopra
le altre native ma hanno sagome aperte
più spaziate all’ esterno, trapezi cerchi
verso i gradi della vita poi quadri,
rombi di luce che veleggiano
n e l l ’ a l t o.
Billie Holiday
Settembre 10, 2009 a 4:21 pm (altro)
di Sergio Pasquandrea
Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.
Insomma, mi sono scocciato di vederla ridotta a una Madonnina dei Sette Dolori.
Fu una donna sfortunata, ma era anche, e soprattutto, una grandissima artista. Qualcuno dirà che era una grande artista a causa di quella vita; io comincio a pensare che lo sia stata nonostante.
E allora provate ad ascoltarla da giovane: qui siamo nel gennaio 1937, Billie non ha ancora compiuto ventitré anni ed è una stella in ascesa nel firmamento del jazz (aveva esordito quattro anni prima). La sua voce è piena, brillante; non ci sono ancora segni del deterioramento che sarebbe cominciato di lì a qualche anno, con l’abuso di alcool e droghe.
Insomma, è una Billie diversa, meno drammatica forse, ma non meno intensa. Più pura, direi. Ultimamente, è questa la Billie che mi piace di più.
E poi, al suo fianco c’è un gruppo di giganti (Buck Clayton alla tromba, Benny Goodman al clarinetto, Teddy Wilson al pianoforte, Freddy Green alla chitarra, Walter Page al contrabbasso, Jo Jones alla batteria).
E soprattutto c’è Lester Young; anzi, è in assoluto la loro prima registrazione insieme.
Insomma, che volete di più?
Zooties
Settembre 10, 2009 a 4:20 pm (altro)
di Mauro Baldrati
1943, nel film Stormy Weather il cantante jazz e direttore d’orchestra Cabell “Cab” Calloway appare in tutto il suo splendore: in un completo bianco immacolato, camicia bianca, cravatta bianca, giacca bianca che arriva al ginocchio, grossa catena d’oro che pende fino quasi al pavimento.
E’ la consacrazione del Zoot style, abiti sgargianti super extra large, che caratterizzerà in parte oltre un decennio di musica jazz, e dello stile di molti dei suoi interpeti.
Era una moda autoprodotta, inventata e individualista, totalmente ignorata dalla moda ufficiale, da sempre attestata su modelli snob di lusso europeo.
Gli zooties con loro uso esagerato di stoffa sferravano un pugno nell’occhio al razionamento dei tessuti che il governo americano mise in atto durante la Seconda guerra mondiale. Si presentavano orgogliosi, sfacciati, e sembravano gridare al mondo: “siamo qua! E ce l’abbiamo fatta!”
Una preziosa testimonianza zootie è nell’ autobiografia di Malcom X, dove Malcom racconta il suo periodo giovanile sbandato, agli inizi degli anni ’40, quando acquistò, eccitatissimo, il suo primo abito zoot: giacca enorme svasata fino sotto le ginocchia, cappello con piuma, e catena d’oro lunghissima, come Cab Calloway.
Fu proprio lo stile zoot a provocare le prime scintille di rivolte razziali. Gli ispanoamericani, i Pachucos vestiti zoot, erano spesso coinvolti in risse con bande di marines o poliziotti, come in una scena del film LA Confidenzial. Al ritmo della musica jazz dell’epoca, gli scontri si allargarono rapidamente verso est, a Detroit, New York, Philadelphia, e furono i primi moti a carattere strettamente razziale.
Rose
Settembre 7, 2009 a 11:47 am (prosa)
Ho provato a spiegarlo ieri in uno degli innumerevoli matrimoni che celebro nel mese di settembre: citavo la scena di una pattinatrice (la sposa stessa) che lancia una rosa verso il suo ragazzo (lo sposo), seduto tra gli spettatori; lui, chissà perché – è distratto, o pensa che non sia diretta a lui – la lascia passare e finisce chissà dove. Dicevo che Dio è uno che lancia rose a vuoto, disposto ad accettare la nostra indifferenza. Il prete, figlio di tanto Dio, deve fare lo stesso. Riempie il mondo di rose, a volte inutilmente.
Guida lei
Settembre 7, 2009 a 11:46 am (prosa)
Tutto l’apparato di cui dovrei bardarmi sfuma come l’ombra che mi avvolge; non restano certezze, dogmi, articoli indiscussi, ma solo uno sguardo troppo consapevole, una coscienza troppo lucida. Mi chiedo se sia meglio oggi, o quando avevo perso il filo e la compagna migliore era la ceres. Solo la macchina è la stessa, e come una volta guida lei.