Cronaca nera

Cerchiamo inconsciamente le sorprese, perché sappiamo che la vita è rompere gli schemi, uscire dai binari che l’abitudine dei giorni trasformerebbe in fossili muti se il vento dello Ionio non spalancasse le porte e facesse irrompere la novità che non ti aspetti, per esempio il volto mascherato di due uomini che appaiono dal nulla e cominciano a sparare all’impazzata centrando proprio me, che nell’ultimo istante di lucidità – prima che il proiettile, attraversandomi l’occhio, arrivi a lacerare la materia cerebrale – mi chiedo perché, appunto, proprio me, che non ho conti in sospeso con nessuno, libero sempre da ogni mafia, con un mestiere anonimo che non sarà il più piacevole del mondo, ma permette di vivere con dignità e tornare a casa a testa alta. Ora la testa non l’alzerò mai più; l’ultima pratica la sbrigherà qualcun altro, al posto mio.

Fabrizio Centofanti

Un racconto di Federico Pellegrino

Salgo in macchina e prendo l’Aurelia. Una delle prime deviazioni è per Maccarese.
È lì che decido di andare. C’è una bella luce e campi di grano da tutte la parti. Forse anche sopra la mia testa e sotto ai piedi.
Arrivo al lido e parcheggio.
Ho con me un vecchio numero di Provolino, un asciugamano con il disegno di una donna in topless, la crema solare e la solita poca voglia di fare qualsiasi cosa.
Per questo mi butto sulla prima spiaggia libera.
Leggo il cartello “Divieto di balneazione” e mi butto sulla sabbia.
Un attimo dopo mi addormento.
Quando mi sveglio la spiaggia è piena di gente e il sole mi ha scottato la pelle.
Il sonno mi ha fregato e ora non ho più neanche voglia di mettermi a leggere Provolino, penso prima di piegare con cura l’asciugamano e correre verso la macchina.
Tornando a casa, mi fermo dal Piccolo Romeo, una rosticceria dove mangio pollo e peperoni insieme ad un gruppetto di muratori.
Rientro in casa che sono le tre passate.
Accendo la televisione, giro qualche canale, ma ho come la sensazione di vedere le stesse immagini. E comunque mi sento così stanco che crollerò da un momento all’altro.
Infatti mi riaddormento.

Estasi

La mia scelta è stata irremovibile: il fuori ha raggiunto, per me, il massimo della rappresentabilità. Finirò i miei giorni nello squarcio più intimo, ricco di stanze e corridoi, ancora intatti. Ho deciso di percorrerli tutti, senza alcuna distrazione, con il massimo sforzo per conoscere la carezza del disarmo.

In un respiro continuo un grano di voce mi ha avvinto alla lama del silenzio.

La Fede sopravvive al corpo, al suo disfarsi, fragile. Bisogna alimentarlo di canti, imprese colme di passione affinché quella pace possa rivelarsi nell’ assenza.

Solo così conoscerò non la presunzione, non l’ambizione ma la Negazione. Il sogno del disarmo: mani occhi incendiati, senza il loro valore.

Marta Campi

Lettera dal fronte

Cara mamma,

Stasera sono un po’ euforico e ho pensato a te. Tu eri contenta che andassi in guerra, guadagno bene e ho la possibilità di fare molti allenamenti per buttare giù qualche chilo.
Sono diventato più forte, mamma, sono agile e robusto, capace di affrontare un combattimento con molti uomini contemporaneamente. Ho i riflessi pronti, sono una vera macchina da guerra.
Ricordo che hai pianto quando sono partito. Non piangevi per i pericoli che potevo correre, ma perché eri orgogliosa di me. Sono poche al paese le donne che possono vantare l’appartenenza del proprio figlio ad un corpo scelto, un corpo glorioso, il migliore.
Devi essere orgogliosa di me anche per quello che ho fatto oggi. Oggi siamo stati veramente bravi e coraggiosi. C’erano i terroristi. La casa era piena di terroristi. Siamo riusciti a prenderli tutti e a legargli le mani. Abbiamo sparato a tutti alla testa. Poi abbiamo fatto saltare in aria quel covo, mamma. Il tetto è crollato. Dentro c’erano quei nemici. Undici
persone, undici terroristi, ti rendi conto mamma, undici terroristi in un colpo solo.

Pamela Canali

Plenilunio

Le stelle attorno alla bella luna
velano il volto lucente
quando piena, al suo colmo, argentea,
splende su tutta la terra.
(Saffo)

Il sonno della ruggine

52.

or che d’affanno salirò le staffe

fango estremo la favola del mondo

al mio museo imbiancherò il sarcofago

per farne gradita la promessa.

in pieno scempio non conosco l’erba

bagnata di rugiada d’innamoramento.

le fiaccole morenti del letame

immune costo della fine.

e per domani il soccorso è scialbo

bagliore senza bulbo di rinascita

né sito con il nome della sfinge.

ancora si farà l’aria antica gola

ospitale del rantolo e la favella chiusa

sul muro senza l’asino l’attesa.

nulla. ma il dolore alquanto

senza uguali la dismisura.

Marina Pizzi

Titubare

Il dubbio mi attanaglia e io…titubo

Innanzitutto mi complimento per la formula fresca ed intelligente con la quale si propone di sciogliere i nostri dubbi lessicali e, proprio a questo proposito, mi rivolgo a Lei per dissiparne uno che mi sta attanagliando da che è cominciata la nuova pubblicità del gestore telefonico 3. Le spiacerebbe confermarmi se le prime tre persone singolari del tempo presente del verbo titubàre sono accentate sulla prima sillaba (tìtubo) o, come ritengo più corretto visto che nel passaggio dall’infinito all’indicativo perde una sillaba, l’accento venga spostato verso la penultima e quindi si dica titùbo?

La ringrazio anticipatamente

Sergio

Ddl Sicurezza

E’ stato approvato in questi giorni il nuovo Ddl sulla sicurezza, che possiamo consultare sul sito del Senato . Sapevo dell’intenzione di proporlo, nella sua sostanza, per avvisaglie giunte attraverso mail e leggendo interventi di “controinformazione” su internet. Anche la stampa di larga diffusione, pur in sordina, qualcosa ha scritto, in particolare un articolo su Repubblica inviatomi da un’amica, insieme ad un messaggio di posta elettronica. La prima reazione che ho avuto, è stata quella di pensare a un’esagerazione, a un allarmismo eccessivo. Ho atteso il testo approvato in Parlamento proprio in questi giorni.

L’orologio

 … “Il suo orologio non aveva un bel nulla, ci ho già pensato io. Sono orologiaio con tanto di specializzazioni, sono andato a imparare il mestiere altrove, dove mi sono trovato bene e sono rimasto, entrando in un laboratorio di restauro. Ma ora che papà è morto, quasi sicuramente tornerò a mandare avanti la bottega di famiglia. Lei capisce, è una ruota che gira, a un bel momento arriva il nostro turno.”
“Sì, e tirarsi indietro, se non è peggio, è uguale.”

R. Rossi Testa

Vado

 …. Gli impegni, i progetti, le scadenze che mi assediano come le giravolte degli indiani nei film che guardavo da bambino, l’appuntamento che ricordo all’improvviso, quello che la stanchezza mi ha fatto tralasciare, la rinuncia allo sguardo che mi attrae, all’abbraccio che sembra promettermi il riposo, la rissa per difendere il debole, quella per respingere il povero violento o quello ubriaco; se tutto l’amore, se l’abnegazione che metto ogni giorno in ogni singolo gesto della vita, il respiro affannoso, l’eterno mal di testa, l’incubo costante di non farcela, se tutto, tutto, fosse solo un sogno, un’illusione, l’attesa di finire nel grembo inconsapevole di un silenzio irreversibile, farei ancora un gesto, direi ancora una parola, muoverei ancora un passo in questo mio morire quotidiano? ….

Fabrizio Centofanti

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