di Guido Copes
La letteratura come noi ancora la concepiamo, nella forma libro-romanzo, mi sembra un genere morente.
Mi chiedo se nel nostro tempo frenetico ci sia ancora spazio per quegli ampi respiri che sono alla base delle grandi storie del passato. Riguardo alla mia esperienza, posso dire che da qualche tempo riesco a concepire solo storie che hanno un respiro medio o corto, e si traducono in racconti lunghi da un paio a una settantina di pagine. Sarà perché la letteratura è sempre una scommessa sul futuro e da alcuni anni ci ripetono che il mondo finirà nel 2012?… Ma se si sta svolgendo la più grande battaglia della storia, tra “innamorati dell’io” e “innamorati di Dio”, non dovrebbe essere questo il miglior periodo in cui vivere per uno scrittore?… Forse sono solo limiti personali. In effetti, devo ammettere di non essere più in grado di scrivere romanzi. Potrei farlo, ma dovrei fingere… È onesto oggi “fingere”, cioè costruire mondi alternativi, distogliendo lo sguardo dalla realtà?… Forse qualcuno è ancora capace di una “grande narrazione”, ma mi chiedo se sia giusto realizzare romanzi auto-referenziali e auto-conclusivi in una società liquida, sotto un bombardamento continuo di informazioni che rimandano ad altre informazioni; mi chiedo se sia davvero possibile portare a termine felicemente una grande storia in un mondo in cui sono stati legalizzati l’aborto e l’eutanasia, e quindi, come faceva notare André Frossard nel libro Trentacinque prove che il diavolo esiste, tutto intorno a noi abortisce o viene soppresso.