Quella che …

Quella che.
E’ ritornata questa notte in sogno.

Uno dei miei compivo ultimi anni.
“Sono, – le chiesi – vicino a morire?”
Sorrise come allora.
“Di te so, – mi rispose, – tutto. Lascia
quel brutto impermeabile scuro.

Ritornerai com’eri”.

(da Composita solvantur, Einaudi 1994)

Franco Fortini

Essere o apparire?

Guardando la società contemporanea sembra che il dubbio non sussita: apparire. Veline, calciatori, bellezza a tutti i costi, spesso effimera ma la verità del mondo è tutta qui? E’ questa la vera bellezza? La risposta è certamente no! ma mentre rispondiamo siamo sicuri di non star cercando sulla rubrica il numero del chirurgo estetico? Forse. Noo è una visione del mondo troppo semplicistica, la verità è nel rovescio delle cose e tutti lo sappiamo solo che è un po’ scomoda.

Blogger

Il blogger come professione? forse. Il blog è come un diario che tutti possono leggere. a volte è difficile comunicare quel che si ha dentro, l’uomo attuale soffre di solitudine e usa una maschera per difendersi dal male di vivere. Ma quello stesso male diventa un fiume in piena che deve prima o poi esondare e allora il blog diventa il terreno fertile in cui far parlare se stessi, mostrare il ritratto di Dorian non più celato da un pesante drappo di velluto, il corpo, e scoprire che in fondo non è poi così brutto ma brutto è Dorian.

improvvisi dei morti, degli amati

Conteggiamo i congedi

in rassegnata furia

in ostinata vestizione

in una persistente ragione

di muschio, alga di fiume,

perseverante lichene sulla tegola,

come orazione dell’ammutolito,

nascere o cessare l’infinito ciclo

nel medesimo fiato che disfece,

nel moto d’impazienza

dell’occhio che registra

il passato come un nulla che è stato.

 

Al dunque nero del mondo

cui s’impreca, con la pena

mai infera, ma in esso ben assisa

e, pure, solo nell’assenza da esso,

si ritorna alle madri, a quel tacere

cui si cela, alle ripetizioni

da scoperta o illusione, salvi

ad un resurrexit poco dopo le fonti,

destinate dalla speranza

al suo indecifrabile contrario: ci permane

accarezzata da soffi di parole

ogni fronte divenuta marmo, irresistibile

alla calce, alla cenere, alla polvere

d’una mano d’esordio che sospenda

il silenzio nella definizione

dell’acqua sorgiva, dell’alphaomega

che sia flusso eterno.

 

Enrico De Lea

Letteratura per educare alla cittadinanza responsabile
La riapertura dell’anno scolastico è stata dominata dalle ventate propagandistiche di un ritorno all’ordine e alla disciplina, che, nonostante nasconda nella sostanza un drastico ridimensionamento delle risorse destinate alla scuola, sembra riscuotere il consenso dell’opinione pubblica, affascinata dalle nostalgie per un passato stranamente vagheggiato sempre come idilliaco, e mai ricostruito criticamente nella sua articolazione di luci ed ombre. Impossibile raccogliere e prendere in considerazione tutto ciò che negli ultimi mesi è stato scritto, predicato, confutato, sulla scuola e sulla sua crisi. La costante della maggior parte degli interventi sui media nazionali è che tutti coloro che parlano della scuola, esprimendo giudizi e proponendo pseudo-riforme o rimedi risolutivi, della scuola reale con ogni probabilità conoscono pochissimo, e quel pochissimo, spesso, in via indiretta.

un interessante articolo sull’alfabetizzazione dei giovani e sul significato di insegnare letteratura oggi.

QUI

Poesie di Paul Muldoon

Nostra Signora di Ardboe

Proprio là, in un angolo del campo di ginestre,
proprio là dove fioriscono i cardi.
Là se ne stava in piedi come a Betlemme
una notte del millenovecentocinquantatrè o quattro.

La ragazza appoggiata alla mezza porta della stalla
vide le bestie inginocchiarsi e si inginocchiò anche lei.

II

Suppongo che la figlia minore di un contadino
potrebbe, come anche un’altra, dipanare
la via tortuosa verso l’ombelico di Cristo.

A chi spetta sapere quel che c’è da sapere?
Latte dal seno della Vergine,
una piuma dello Spirito Santo?
Il roveto fatato? Il pozzo sacro?

Il nostro semplice desiderio che nella vita ci sia di più
di un lavoro, un auto, una casa, una moglie -
la fissità dell’acqua che scorre.

Perché mi piace pensare,  mentre percorro queste terre,
che un pozzo sacro non sia più basso
né più insondabile delle acque di Siloe,
il roveto fatato non meno vero della croce.

III

Madre del nostro Creatore, Madre del nostro Salvatore,
Madre amorevolissima, Madre mirabilissima.
Vergine prudentissima, Vergine venerabilissima,
Madre inviolata, Madre casta.

E cammino affondando la vita tra il porpora e l’oro
con un braccio lungo quanto l’altro.

da Why brownlee left

Poesie di Walt Whitman

Io imperturbabile

Io, imperturbabile, sto bene nella Natura,
padrone di tutto o signora di tutto, sicuro di me nel mezzo
delle cose irrazionali,
permeato come esse, passivo, ricettivo, silenzioso come
esse,
scopro che la mia occupazione, la povertà, la fama, i
punti deboli, i delitti, sono meno importanti di
quanto pensassi,
io, verso il mare dl Messico, o a Mannahatta, o nel
Tennesse, o nell’estremo nord, o nell’interno,
un rivierasco, o un abitante dei boschi, o un fattore in
uno di questi stati, o della costa, o dei laghi, o del Canada,
dovunque io trascorra la mia vita, oh essere equilibrato
in ogni circostanza,
affrontare la notte, le tempeste, la fame, il ridicolo, gli
accidenti, i rifiuti, come fanno le piante e gli
animali.

Notturno settembrino

sono arrivato al muro.
il paese di settembre
mi ha dato il suo verdetto:
devi dimettere quest’ansia
di trovare compagnia
l’ardore della tua ansia
è solo tuo
non lo puoi chiedere
agli altri
non li puoi sempre avvisare
che chi non muore adesso
non potrà morire
mai più.
fate attenzione, occhio
alla vostra vita
uscite al più presto
da questo fiume
di ombre che
da qui tracima.
il mondo sarà pure stato
una guerra un’alba
una collina
adesso è tutto in questo
gigantesco coniglio
che mira il suo mangime.
siamo noi questo quadro
appeso in un museo che non visita
nessuno, arrivano tutti a un soffio
dalla nostra vita
ma poi cambiano strada,
c’è una buca e un mare
in cui è caduta ogni rivolta,
domestici naufragi a sera
sui divani di tutto l’occidente
nell’abisso tascabile
affisso in ogni coscienza
cresciuta a dismisura
in questa livida congiura di secondi
che salgono in un triviale
luridume di sangue e fumo
mischiati dentro la venalità
di questi lupi
di questa terra in cui è salvo
solo chi è infinitamente muto.
adesso in questa notte
senza sogni e senza lite
ho lo stomaco che bolle
come la mefite,
sono alle porte dell’inferno
e non c’è modo di capire
se stai per entrare
o hai già trovato il modo per uscire
o ancora vaghi dentro la trafila
dove ogni parola è spago
è fantasia che a niente ti avvicina,
ogni parola puro sfogo
labile isteria, muraglia di vocali
bottiglie che si colmano di fiati
mentre la notte non lo dice
da che parte sta la sua radice
e io vi guardo e vi penso tutti
adesso che dormite
e io sto qui sbandato
appeso a un carro che viaggia
contromano, leso dai vinti
dai vincitori offeso.
forse così è per tutti
anche per chi non dice messa
in questo lebbrosario
in questa merceria
dove tutto è cianfrusaglia
anche la poesia.
forse così mi avvio alla fine
in un ardore che non riscalda
nessuno perché ognuno
salta sopra le sue mine
perché ognuno ha le sue guerre
intestine, e fa la spola
tra la sua testa e la sua pancia,
toro e torero di una privatissima
corrida, equatore di un mistero
che chiede a noi che ancora
sembriamo umani
altre religioni
un’altra ontologia
se non vogliamo rassegnarci
a rimbalzare come vermi
come vacui ambasciatori
di una risaputa, risibile agonia.
ecco, adesso fumatevi questo spinello
di parole, questa fascio d’erbe e spine,
questo tabacco cresciuto al sole
di un perenne smacco
in questa terra storta
in cui da sempre giaccio,
fuoco cresciuto dentro il ghiaccio.

Franco Arminio

Arte poetica

lo scantinato e il muro l’esistenza
d’un’altra sede
un seggio d’oca piuma di poeta
l’indice fisso contro l’alfabeto
in cerca d’ogni lettera
che pronunciasse morte o resistenza
rifiuto d’ombra misera coscienza
di volere o d’agire

un dio dei fiori sorto a primavera
dal nulla sillabò vocali in corso
ancora intonse curve sulla carta
di fiamma breve forse:
perché nel freddo infranse
il vizio antico il cuore di violenza
d’empia sorella morte
la sua giornata piena d’ogni senza

nome per nome vittime del tempo
i fiori finti stendono colori
su cimiteri d’acqua
il resto è fuori
ma è l’umor nero l’orlo che si sfibra
l’urlo del vero che riemerge a stento

Fabrizio Centofanti