Marino Magliani #3

Marino Magliani: “Quella notte a Dolcedo“, Longanesi, 2008

Magliani è uno scrittore a cui sono molto affezionato. Affacciatosi timidamente sulla scena letteraria, va a poco a poco affermando una personalità già matura e coinvolgente. Vive in Olanda da molti anni, da cui si allontana per tornare a far visita alla sua terra di origine, la Liguria.
Il romanzo è ambientato alla fine del Novecento con forti riferimenti all’ultima guerra mondiale.

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Comunità immaginarie

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Oh tutto quel tempo a parlare d’altro. Qualsiasi schiocchezza, quando lavare le tende, il cielo nero nero, l’Iraq. All’aeroporto un giorno avevo sfogliato uno di questi libri che si vendono nelle edicole degli aeroporti, un manuale per manager di successo – ché pare che gli aeroporti siano attraversati solo da queste figure postumane tutte in tiro, unici come l’uomo di vitruvio. Avevo letto che si spreca un sacco di tempo in discorsi convenzionali, frasi fatte, il più e il meno, commentando le previsioni del tempo, il vestito del matrimonio, che hai mangiato, il palinsesto, invece di valutare gli obiettivi e completare le procedure per raggiungerli.

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Music -poem

Franz Krauspenhaar ci mostra il suo lato poetico musicale, sorprendendoci come sempre. QUI

Marino Magliani #1

Marino Magliani raccontato da Franz Krauspenhaar.

prima parte

La giornata mondiale della poesia

Essendo oggi giorno internazionale della Poesia, giorno di memoria e futuro per la Poesia, ripresento un vecchio testo, ancora ricco di riflessioni, in ricordo di una poetessa dimenticata: Claudia Ruggeri. Aggiungo anche la bozza di manifesto sull’avvenire della poesia alla cui stesura partecipai anni fa a Parigi

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Provocazione in forma d’apologo 53

Al suono della sveglia l’uomo inciampando va in bagno e si guarda allo specchio, da cui lo guarda un tale che gli sembra di riconoscere, ma non ricorda chi è.
Giunto in ufficio non trova il voluminoso dossier che il giorno prima gli ingombrava la scrivania. Chiama la segretaria:
“Pronto, Cristina… Cristina? No, scusa, hai una voce… Già, il raffreddore… prenditi un latte col miele. Senti, ho chiamato per quel dossier di ieri… L’ha voluto il direttore? Ah be’ allora… Fammi sapere… Ciao, riguardati”.
E l’uomo s’immerge nel lavoro, tanto per fare, nel mare di cose indispensabili e inutili

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Elogio della lentezza

Valéry ha dedicato molte pagine in quasi tutti i suoi libri all’elogio della danza.

Lo ha fatto sia descrivendola direttamente, sia dedicandosi all’analisi del pittore che ha legato il suo periodo migliore alla rappresentazione delle sue forme plastiche, Edgar Degas (54).

In L’idea fissa, ad esempio, la danza è chiamata in causa per giustificare la natura “funzionale” dell’idea e la sua necessità “organizzativa”: la danza come simbolo dell’istantaneità della durata.

«E’ infinitamente più difficile sostenere qualcosa che non affaticarsi spostandosi. La durata costa cara. Si direbbe che la specializzazione prolungata ripugni al nostro sistema vivente. Ci richiama energicamente allo stato di libera disponibilità… Per esempio, Dottore, io soffro realmente nel vedere una ballerina che si alza sull’alluce…» (55).

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L’inferno di un cronista padano

Da Binaghi un noir filosofico e letterario. Rispolverando Agostino e Dante

Dopo aver scritto un pamphlet sui rischi e i difetti del neonoir itaaliano sono diventato il nemico ufficiale del genere. Ma non è così. E anche per sfatare questa leggenda metropolitana vorrei parlare del più bel noir: I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, di Valter Binaghi (Sironi). È scritto in una prosa fluida, scorrevole, ma anche personalissima, che non concede troppo al più vieto stereotipo né alla pretesa - anch’essa esiziale - di sublime letterario. Racconta una storia tipicamente italiana ma usa la sociologia dell’attualità per una riflessione filosofica sul bene e sul male.

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Criterio del tempo

Venerdì 14 marzo alle ore 18.30, presso il Caffè Libreria Tertulia di Catania, in via Michele Rapisardi 1/3, Giuseppe Condorelli presenta la sua plaquette Criterio del tempo edita da “I Quaderni del Battello Ebbro”. Ad introdurre l’autore, lo stesso editore e poeta Loretto Rafanelli e Giovanni Miraglia.
Ai fiati Stefano Zorzanello. Video a cura di Teresa Bonaccorsi.

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La questione della lingua

Credo che rimonti ai tempi di Napoleone e al diluvio di retorica sulla Patria “una d’arme, di lingua, di altare”. Manzoni scriveva i suoi pessimi versi e intanto si domandava se a Napoli qualcuno avrebbe letto il suo romanzone. Cinquecento anni prima Dante, Petrarca e Boccaccio non si ponevano questo problema: scrivevano come gli pareva, adeguando la lingua alla circostanza, non ai lettori. Non venite a dirmi che loro potevano farlo perché scrivevano per un principe e non per un pubblico; per tanto così avrebbero avuto convenienza a scrivere solo in latino (e ve lo figurate il Decamerone in latino?).

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