Gerusalemme

Non è la prima volta che vengo in Terra Santa. La parola giusta sarebbe pellegrinaggio, se non fosse che questo termine evoca una teoria di vecchine in automatica preghiera, mentre io, a Gerusalemme, adesso, non ho neanche quarant’anni e camminando lungo le mura esterne per raggiungere la prima stazione della via crucis ho in testa le parole di una canzone dei CCCP: «Anela il cuore mio / ad Anastasis per dolorosa via / Ad un Sepolcro santo / che sepolcro non fu ma santo è / per fede di fedeli».

Federico Platania

Storia di un clarinetto

Per il saggio finale del secondo anno il maestro mi fece eseguire la Serenata di Ugo Bassi, tutta trilli ed arpeggi, su cui mi esercitai per mesi. La dedicai a Carla, la compagna di scuola di cui ero segretamente innamorato: peccato che lei non fosse presente al saggio. Un altro grande avvenimento fu, qualche anno dopo, la mia inclusione nella banda musicale della Gil, la Gioventù Italiana del Littorio. Andammo a ricevere, tutti infiocchettati con le nostre cordelline gialle sulla divisa di avanguardisti, Mussolini e l’imperatore del Giappone Hirohito all’Hotel Borromeo di Stresa; e toccò proprio a me dare l’attacco all’inno “Allarme siam fascisti”: reee-do-re-mi re!

Ma il mio vecchio clarinetto non era destinato ad un futuro guerriero e neppure – eccettuata una fugace apparizione nella bandina del secondo atto della Bohème – ai trionfi operistici del teatro Coccia. E quando, alla fine del ’44, mi seguì in Val Cannobina, dove mi ero rifugiato per non finire con la Monterosa all’addestramento in Germania, rimase tristemente muto per mesi nel suo astuccio: i partigiani non potevano concedersi il lusso di allestire delle bande musicali, l’unica musica che era consentita era quella delle raffiche dei mitra.

Ugo Ronfani

L’aveva detto

E’ bello pensare che la conclusione di un discorso economico-sociale vada a parare sulla necessità di relazioni rafforzate, contro la concentrazione del potere in poche mani. Anche perché di queste mani si fidano ormai in pochi. Se le leggi ferree della finanza si aprissero alla ricchezza dei rapporti, la miseria riceverebbe un brutto colpo, come già qualcuno aveva detto.

Fabrizio Centofanti

Presepe nel bosco

Camminare dentro un paesaggio invernale di Breugel. Fare parte di un mondo remoto che ogni anno si rianima grazie a Celeste e ai suoi amici che in val Tartano (Valtellina) creano questa specie di Gesamtkunstwerk : il presepe nel bosco. Una passeggiata in mezzo alla neve, accompagnata, guidata da gente di una volta che svolge il proprio lavoro – la pesca, il raccolto, la scuola… -  immutati nel tempo.

La natività succede come – appunto – in un quadro di Breugel in contemporanea: in mezzo alla vita di ogni giorno. Basta stare attenti – al silenzio, al rumore della neve sotto i piedi, ai canti gregoriani che provengono da una casetta di pietra trasformata in monastero – per riconoscere la straordinarietà dell’accadere.

Esserci

Prima o poi finisce male. Conosco l’amarezza della critica, il bruciore del disprezzo. Vabbe’, andiamo a sentire ’sta messa comunista, detto alla moglie che insiste per entrare. In realtà si parla d’altro, anzi, dell’altro: la ricerca di un rispetto perduto, di una dignità dimenticata. Si rischia, è vero, ma la fede non è stata un rifugio per nessuno, la nostra è cominciata con uno ammazzato sul patibolo.

Alla luna

Un guerriero zen
innamorato della morte
parla parla parla
mentre mostra le cicatrici alla luna
per farla invaghire di sé
- Vedi?
Potrei morire domani se solo volessi -

L’astro non risponde
e osserva dall’altro
questa eternamente mimata
vicenda adolescenziale
- Agli umani piace recitare.
Che ne sanno loro
di una vita infinita?
Che ne sanno loro
della morte eterna?
Ci sono state altre ere glaciali
né migliori né peggiori di questa
Tutto il resto è teatro.

- Una tragedia
quando si ripete due volte
diventa
farsa

Bianca Madeccia

Risposte

Un uomo che aveva passato la sua vita sui libri provava gelosia per Nasreddin che gli sembrava usurpare la sua posizione di sapiente. Per metterlo alla prova, gli invia una lista di quaranta domande in cui già il solo enunciato presuppone grandi conoscenze. In una lettera di accompagnamento egli prega Nasreddin di rispondere a ciascuna di esse.

La Sindone

di Michele Smargiassi

Nessun Vangelo, neppure gli apocrifi, parla di lui, lo scriba dell’ atto di sepoltura di Gesù.I grandi libri della fede preferiscono i personaggi grandiosi agli sbiaditi comprimari rimasti al di qua del bene e del male. Eppure eccolo riemergere da duemila anni di oblio, così stagliato che par di vederlo. Un funzionario dell’ Impero romano, un anziano impiegato ebreo della morgue di Gerusalemme, mano tremolante, parsimonioso, sbrigativo ma accurato. In una Deposizione barocca potremmo immaginarlo un po’ in disparte, intento a stilare i documenti richiesti dalla minuziosa burocrazia imperiale per il rilascio del cadavere di un giustiziato. Non sappiamo il suo nome. Ma quello scritto, che per lui era solo l’ incombenza quotidiana di un poco gratificante mestiere, ora lo possediamo. Forse per gli anni passati a inseguirlo, forse per la familiarità coi misteri che deve avere una Ufficiale degli Archivi segreti del Vaticano, Barbara Frale non sembra emozionata nel confermarci quello che potrebbe essere uno dei ritrovamenti più sorprendenti dell’ era cristiana: «Sì, penso di essere riuscita a leggere il certificato di sepoltura di Gesù il Nazareno».

Un’emergenza nazionale

Testo di Gianluca Bonazzi

Relativo al Convegno “Città sostenibile: impresa comune” – Settimana UNESCO per l’educazione allo sviluppo sostenibile: 9-15 novembre 2009 – Museo Cervi – Gattatico (RE)

La generale crisi economica illumina una volta di più quello che io ritengo essere una vera emergenza, la più importante, ad essa collegata: il destino del paesaggio italiano.

L’ amore che io porto per la luce della Bellezza, che mi ha aiutato a crescere, ben rappresentata dall’ espressione che una volta si diceva, ITALIA: GIARDINO D’ EUROPA, insieme a tutto ciò che ruota attorno alla parola PAESAGGIO, che indago confrontandomi con luoghi, persone e arti, mi ha stimolato una riflessione accorata.

Sia a livello locale che nazionale, il paesaggio italiano è nelle mani di una massa di personaggini trasversali che, travestiti da politici ma non solo, agiscono con la missione di seminare bruttezza, spesso anche con la complice incoscienza del popolo votante.

La società italiana oggi si muove guidata dalla televisione che rassicura e rilancia per servire suddetta missione, in modo arrogante, continuo e subdolo.

E’ il braccio di un potere che, da quando è terminata la seconda guerra mondiale, in Italia non è mai stato così lontano dal concetto di democrazia.

La vocazione

U. L. V. era, suo malgrado, un poeta. In realtà avrebbe voluto fare l’astronauta, da bambino, o forse lo sfasciacarrozze. Gli piacevano i cimiteri delle auto, quando era piccolo. Poi invece aveva finito per diventare un perito informatico, ma questa è un’altra storia. O forse no, in ogni caso comunque per noi non è importante. Probabilmente non è importante nemmeno per U. L. V.
A lui, da piccolo, la poesia non interessava granché. Si trattava soltanto di parole che gli facevano imparare a memoria a scuola, quando lui preferiva passare il tempo a odorare le matite colorate. Crescendo, cominciò invece a percepire questa cosa della poesia. Sulle prime non ci fece caso, pensando che magari fosse dovuta alla pubertà. Dopo un po’ però iniziò a preoccuparsi. Si trovava all’incirca all’inizio del ginnasio quando si rese conto, non senza un certo spavento, che la poesia lo visitava tutte le notti, mentre dormiva. In sogno, gli regalava splendidi versi che lui puntualmente dimenticava, al risveglio. Anzi, un po’ era anche contento di dimenticarseli. In fondo, che avrebbero detto i suoi amici se avesse confessato loro di sognare, in piena adolescenza, liriche e metriche? Liriche e metriche di cui peraltro sapeva ben poco, studente scarso qual era, e nulla di più voleva imparare, sull’argomento. “Lacune? Più che altro direi proprio lagune”, fu la fiera battuta che pronunciò prima di entrare a sostenere l’orale di italiano alla maturità, battuta che lo rese famoso in tutta la scuola.
Durante l’università però le cose iniziarono a cambiare. U. L. V. prese ad apprezzare certi aspetti della poesia, e pure a prestare attenzione alla musa che lo visitava, insistente, nel sonno. Un suo biografo sostiene che, a voler essere sinceri, tutto sia partito dalla frequentazione di una ragazza dagli occhi verdi, lei sì appassionata di parole e versi. È una questione difficile da dirimere così, in poche righe, certo ci basti ricordare come alcune fra le più grandi invenzioni dell’umanità siano nate in maniera molto più casuale, e per ragioni infinitamente meno fascinose di un paio di occhi verdi.

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