Italiano

Chi racconta è insonne? I sensi sono acuiti, come dimostra il nuovo romanzo di paolo Ruffilli, L’isola e il sogno, Roma, Fazi, 2011. Io nacqui veneziano e morirò italiano, scrive Ippolito Nievo all’inizio delle sue Confessioni, un incipit profetico che oggi si apre a interpretazioni più complesse di quanto ci si sarebbe potuto immaginare fino a qualche anno fa, in un clima sospeso al di là dello spazio e del tempo.

Colombi

Un altro apologo che ci invita a considerare gli aspetti minori della vita, particolari da cui si può apprendere qualcosa sulle trasformazioni apportate dal tempo. Anche la presenza o l’assenza dei colombi può parlarci delle nostre insofferenze, delle nostre paure, delle nostre fughe. Passare da un dettaglio del mondo a un significato esistenziale è il mestiere del poeta, poco rimunerato, ma utile allo spirito.

Gocce

Giorgio Todde è un medico scrittore. Qui si dedica a una storia angosciosa di un uomo che cerca di sfuggire alla malattia prima con le dieci gocce che danno il titolo al libro, poi con relazioni sentimentali sempre più intricate, che lo trascinano nel tradimento ripetuto e alla fine all’omicidio. La scrittura conduce in un mondo grottesco e per certi versi vicino ai romanzi di Tozzi o Pirandello o Svevo, il quadro di una generazione che fatica a scegliere eppure si ritrova in situazioni fuori dalla norma.

Storia e romanzo

Un’altra lezione di Giuseppe Panella, professore di letteratura alla Normale di Pisa. Il tema è L’arte del romanzo, di Milan Kundera, e, nello specifico, l’importanza della storia e nella comprensione del romanzo. La storia in realtà è un personaggio – pensiamo al Seicento nei Promessi sposi. La riuscita e il fallimento di un romanzo non si misurano sulla sua capacità di descrivere un periodo storico. Il romanzo mostra attraverso la prospettiva dello scrittore riesce a dire molto di più della realtà di quanto possa dire uno storico, più burocratico.

Caravaggio: la conversione di Saulo

Il cavallo e il vecchio sembrano turbati. Anzi, lo sono certamente. Lo zoccolo alzato si ritrae, l’uomo aggrotta la fronte, non sa come reagire. E’ il mondo delle azioni ripetute, uguali a se stesse, solide, nella loro meccanica certezza. Il cavallo è fatto per viaggiare, il vecchio stalliere per servire. La paga e il fieno bastano e avanzano, come ricompensa. L’animale, a dire il vero,  non dovrebbe esserci, nei resoconti non se ne fa menzione. Allora non sarebbe un’ovvietà, ma uno scarto dalla norma. Il cavallo è la ricchezza, i beni del mondo, l’autosufficienza. Lo zoccolo alzato è l’orrore per ogni forma d’insuccesso dell’uomo caduto, sbalzato dalle sue fortune.

F. Centofanti

Caravaggio: san Matteo

Sembra facile scrivere un vangelo. Prima di tutto, devi metterti comodo: va bene anche una sedia in legno lavorato, a braccioli e senza schienale. Un po’ di traverso, col quadernone sulla coscia sinistra, accavallata sulla destra. Una penna d’oca, anche se logora, è più che sufficiente. Ti concentri, aggrotti la fronte per lo sforzo, cominci a buttare giù come ti viene: Gesù Nazareno nacque a Bethlehem… No, così è contraddittorio. Riproviamo: Gesù, che sarebbe stato chiamato il Nazareno, nacque nella città di Bethlehem… Non si parte in maniera contorta, il lettore si scoraggia facilmente.

…. F. Centofanti

Esserci

Prima o poi finisce male. Conosco l’amarezza della critica, il bruciore del disprezzo. Vabbe’, andiamo a sentire ‘sta messa comunista, detto alla moglie che insiste per entrare. In realtà si parla d’altro, anzi, dell’altro: la ricerca di un rispetto perduto, di una dignità dimenticata. Si rischia, è vero, ma la fede non è stata un rifugio per nessuno, la nostra è cominciata con uno ammazzato sul patibolo. Mi stupisce chi vorrebbe conciliare cristianesimo e tranquillità. Cristo non è un sedativo per dormire meglio, è un eccitante per rimanere svegli, per difendere l’ultima trincea dell’esserci.

All’inferno

C’è chi va, o vorrebbe andare, e c’è chi viene. Pierluigi Celli provoca alla fuga. A me spetta l’onda di chi cerca rifugio nella nostra patria. Africani, in gran parte: Simon, Antonio, Mbibi. Neanche dai nomi si comprende il senso della loro ricerca, si aggrappano alla nostra terra come a una tavola di salvataggio. Vanno, vengono. Mi sento più dalla parte di chi vede in noi un paradiso perduto, che da quella di chi, da noi, si sente all’inferno.

Gerusalemme

Non è la prima volta che vengo in Terra Santa. La parola giusta sarebbe pellegrinaggio, se non fosse che questo termine evoca una teoria di vecchine in automatica preghiera, mentre io, a Gerusalemme, adesso, non ho neanche quarant’anni e camminando lungo le mura esterne per raggiungere la prima stazione della via crucis ho in testa le parole di una canzone dei CCCP: «Anela il cuore mio / ad Anastasis per dolorosa via / Ad un Sepolcro santo / che sepolcro non fu ma santo è / per fede di fedeli».

Federico Platania

Storia di un clarinetto

Per il saggio finale del secondo anno il maestro mi fece eseguire la Serenata di Ugo Bassi, tutta trilli ed arpeggi, su cui mi esercitai per mesi. La dedicai a Carla, la compagna di scuola di cui ero segretamente innamorato: peccato che lei non fosse presente al saggio. Un altro grande avvenimento fu, qualche anno dopo, la mia inclusione nella banda musicale della Gil, la Gioventù Italiana del Littorio. Andammo a ricevere, tutti infiocchettati con le nostre cordelline gialle sulla divisa di avanguardisti, Mussolini e l’imperatore del Giappone Hirohito all’Hotel Borromeo di Stresa; e toccò proprio a me dare l’attacco all’inno “Allarme siam fascisti”: reee-do-re-mi re!

Ma il mio vecchio clarinetto non era destinato ad un futuro guerriero e neppure – eccettuata una fugace apparizione nella bandina del secondo atto della Bohème – ai trionfi operistici del teatro Coccia. E quando, alla fine del ’44, mi seguì in Val Cannobina, dove mi ero rifugiato per non finire con la Monterosa all’addestramento in Germania, rimase tristemente muto per mesi nel suo astuccio: i partigiani non potevano concedersi il lusso di allestire delle bande musicali, l’unica musica che era consentita era quella delle raffiche dei mitra.

Ugo Ronfani

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